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venerdì 24 agosto 2007

Testimone d'accusa


Sto vedendo il film di Billy Wilder Testimone d’accusa del ’58 di cui ho parlato nel post Alza la gonna, Marilyn (è su Tmc di pomeriggio). Prime impressioni. Godo perché anche a distanza di decenni mi sembra il capolavoro che ricordavo. La potenza del doppiaggio d’epoca è inaudita. La voce italiana di Charles Laughton non ha rivali.
Vista la scena dell’interrogatorio di Tyrone Power e di Marlene Dietrich. L’avvocato Charles Laughton è il mattatore inarrivabile che ricordavo, domina tutto e tutti. La Dietrich comunque, con la sua gelida disillusione gli sta alla pari. Marlene mi stupisce, ironica, controllata, una donna che ha visto tutto il peggio del mondo, specie quello che si riferisce ai maschi. Disillusa, cinica, riesce a trattare Laughton come un bambino, facendogli scordare di quando era stato il cattivissimo comandante del Bounty. Non immaginavo che potesse essere così brava sullo schermo. Indescrivibile lo sguardo divertito e un po’ sprezzante che concede a ogni uomo sul suo cammino, con cui dice: so tutto dei tuoi vizi, ti sono sempre due spanne avanti, bamboccio. Cavolo, che donna.
Molto efficace pure Tyrone Power, nel ruolo di un gigolò ante litteram. Bravissima l’infermiera di Laughton che cerca di comandarlo a bacchetta dicendo “Facciamo un pisolino” o “Prendiamo la medicina” quando è solo l’anziano avvocato che deve compiere quelle azioni. Due particolari che avevo scordato. Laughton che sale le scale del suo appartamento con un curioso montacarichi personale (è malato e non può sforzarsi). Il raggio di luce che proietta negli occhi degli interrogati è provocato da un monocolo e non dal medaglione che rammentavo. Considerazione finale: sono grato al Creatore quando vedo che i vecchi film che mi hanno fatto sognare anni fa conservano la loro efficacia visiva malgrado il passare del tempo. E’ una cosa che non capita sempre. Il resto delle riflessioni su questo film nel mio post sopra ricordato.

sabato 21 luglio 2007

In morte di Glenn Ford


Dolore, dolore immenso per la morte di Glenn Ford.I personaggi del nostra vita se ne vanno. Loro muoiono e moriamo anche noi.Mi sono andato a rivedere la filmografia di questo grande attore che vivrà per sempre nelle nostre cellule cerebrali. E' incredibile il numero di titoli cinematografici che hanno accompagnato la mia esistenza e credo non solo la mia. A differenza di ciò che dicono i telegiornali io non lo ricordo per "Gilda". Quello mi è sempre parso il film di Rita Hayworth e non il suo. Lo ricordo con piacere in un gran numero di western. "Quel treno per Yuma", uno dei più grandi western di tutti i tempi, "La legge del più forte" con Shirley McLayne (Ford è un coraggioso allevatore di pecore che lotta contro la prepotenza dei grandi mandriani). Lo stupefacente "Cowboy" con un altrettanto stupefacente Jack Lemmon (Lemmon è un portiere d'albergo che diventa socio mandriano di Ford contro la volontà di questi). Il western che però mi è rimasto più impresso è "La pistola nascosta": il nostro eroe è stato il più veloce pistolero del West però trasformatosi in un tranquillo droghiere che odia le armi. Dovrà tornare a battersi contro la sua volontà.

Nel resto della sua filmografia spicca "Il seme della violenza" con un giovane Sidney Poitier, film che è la madre di tutte le storie di scuole con ragazzi difficili. Ottimo nel "Ricatto più vile" (è un'industriale a cui rapiscono il figlioletto), piacevole in "Una fidanzata per papà), commedia in cui un giovanissimo Richie Cunningham deve trovare una fidanzata al padre... Questi sono solo alcuni dei filn di questo attore straordinario, ma soprattutto personaggio unico che ha accompagnato la nostra giovinezza. Spaziava su tutti i generi cinematografici. Forse non era troppo appariscente nella recitazione, ma risultava estremamente efficace nella sua resa interpretativa. In questo momento rammento con perfezione assoluta la voce italiana che lo doppiava (indimenticabile come quella di tutit i doppiatori d'epoca). Vaja con Dios, Glenn. Sei qui dentro con tanti altri. Oggi moriamo anche noi un po’ con te.

John Wayne


Alcune su John Wayne. Iniziamo con Nanny Loy, il popolare e simpaticissimo regista sardo, autore di molti bei film tra cui "Mi manda Picone" e tra l'altro amante sfegatato della mia negletta città partenopea. Nanni Loy raccontava spesso che quando lui era giovane doveva vedersi di nascosto (lui e tanti altri)i film di Totò, perché la critica ufficiale non faceva che sparare a zero contro il genio della comicità napoletana. "Ci facevano vergognare di vedere Totò!" accusava spesso Nanni Loy con l'aria di aver subito un trauma giovanile da cui non si era più ripreso. Ebbene qualcosa di simile è successo pure con John Wayne. Ricordo che quand'ero ragazzo Wayne era considerato alla stregua del peggior fascista e guerrafondaio e che i suoi film e la sua recitazione erano equiparati alla spazzatura. Inoltre nessuno sano di mente poteva affermare in un luogo pubblico, pena la totale riprovazione sociale, di aver visto i suoi film e peggio ancora di averli trovati in alcuni casi belli. Come Nanni Loy, oggi dico: "Ci hanno vergognare di vedere Wayne!"

C'è da dire che in effetti il popolare attore di western aveva davvero idee politiche spostate a destra e manifestava una certa tendenza alla semplificazione ideologica, specie per quanto riguarda il Vietnam. Ma come uno scrittore anche di comportamento criticabile può scrivere un ammirevole libro, anche per Wayne quello che faceva nella sua vita privata erano affari suoi che nulla toglievano alla qualità di certi suoi film, specie quelli realizzati con il maestro John Ford.

Io ho sempre trovato John Wayne un grande ed efficace attore, forse non adatto a tutti i generi cinematografici (se gli si toglieva cinturone, speroni e cappello a larga falda sembrava nudo), ma insuperabile per quanto riguarda il western. Anzi, in questo ambito cinematografico, pur avendo il cinema classico vantato una serie di grandissimi interpreti che andavano da James Stewart a Glenn Ford e all'olimpico Gary Cooper, ho sempre pensato che il Nostro fosse l'attore più efficace in assoluto quando si trattava di cavalcare a briglia sciolta o scazzottarsi nei saloon. Celeberrimi il suo sguardo a metà tra il duro della prateria e il disilluso che ha visto quasi tutto del mondo, la sua camminata strascicata, il suo parlare a scatti, con battute tipiche da attaccabrighe da saloon, il suo guardare dall’alto in basso chiunque gli fosse a tiro. Peraltro Wayne era l’attore preferito di John Ford, dato che quasi tutti i capolavori di questo regista sono stati interpretati dall’attore cow-boy.

Dopo tanti anni, dopo aver dato a Totò ciò che era di Totò, è finalmente possibile dare a Wayne ciò che era di Wayne.

Alza la gonna, Marilyn


Finisco quanto ho da dire sul mio regista preferito Billy Wilder. Breve introduzione. Torniamo a come si percepivano i film in tivvù un po’ di anni fa. Oggi, vista l’abbondanza di cinema in televisione, un film è visto più o meno come un videogioco alla “Tomb Rider” (non a caso da molti videogiochi si traggono pellicole per lo più scadenti). Allora non era così. Quando vedevi un film ti pareva di essere l’ospite d’onore di un ricevimento elitario e raffinato, un evento unico che si teneva solo per te e di cui eri il protagonista principale.

Ecco gli stati d’animo che si avvicendavano dentro di te fino all’orario agognato del cinema a casa tua. Prima di tutto la noia, la noia indispettita che accompagnava lo snodarsi del compassato telegiornale serale condotto da Tito Stagno o Piero Angela (noia che aveva un cedimento solo in presenza delle geniali corrispondenze di Ruggero Orlando da New York, o meglio da “Nuova” York, come diceva lui). Quindi l’improvvisa accelerazione del flusso sanguigno alle prime note del Carosello, che avevano il potere di arcuare verso l’alto gli angoli della tua bocca. Ancora aumento dell’euforia all’apparizione del busto classico di annunciatrici che rispondevano agli evocativi nomi di Nicoletta Orsomando o Annamaria Gambineri. Quindi le già citate imprecazioni rivolte agli avi dei critici televisivi in calzino scuro e prosopopea multicolore.
Poi ecco l’evento. Ecco il miracolo. Ecco i primi ruggiti del leone della Metro. Ecco scorrere i titoli di testa scortati da una colonna sonora enfatica ma travolgente, ed ecco il primo meraviglioso fotogramma del film dopo l’atteso nome del regista (atteso perché dopo iniziava il film). Via, l’avventura inizia.

Primo film della seconda parte, Quando la moglie è in vacanza. Quello con la famosa scena in cui a Marilyn Monroe si alza la gonna a causa di un getto d'aria (è stata definita una delle grandi icone del secolo XX insieme alla camminata solitaria del nerovestito Gary Cooper in Mezzogiorno di fuoco), 1955. Scommetto che tutti hanno sentito parlare di questo film, sia pure per via indiretta. Mi piacevano i dialoghi e le situazioni piccanti. La sola voce doppiata di Marilyn Monroe mi faceva sognare con tutte quelle sfumature che andavano dall'oca alla donna fattasi improvvisamente riflessiva (ho l'occasione per un inciso, a mio avviso non esiste delitto peggiore di quello di ridoppiare un film vecchio e “valoroso” e di farlo con voci moderne che si esprimono con un linguaggio e un'intonazione da situation comedy tipo “Friends”: quando vedo perpetrato un crimine simile vorrei fare uno sproposito). Curiosità: quando la Monroe girò la celeberrima scena della gonna alzata, tutta Manhattan si bloccò a causa delle decine di migliaia di curiosi accorsi sulla scena del ciak (pare si fosse diffusa la voce che Marilyn sotto non indossasse niente e pare che quella voce fosse vera, almeno in un primo tempo).

Bello anche A qualcuno piace caldo, 1959, il film con la famosa battuta finale rivolta, da un corteggiatore, a un Jack Lemmon vestito da donna, ma rivelatosi uomo: “Nessuno è perfetto”. Anche questo film chiaramente ha incontrato il mio favore, anche se qui non saprei dire nulla che mi sia rimasto particolarmente impresso, tranne la sensualità della Monroe. La cosa che più ha danneggiato il film (dal punto di vista che avevo diversi lustri fa) è che io parteggiavo e mi identificavo senza remore nell’adorabile pasticcione Jack Lemmon, mentre com’è noto è Tony Curtis a godere i favori della bionda protagonista.

Citerò ora alcuni film di passaggio, non perché non siano stati belli (Wilder era assolutamente incapace di creare un prodotto brutto o deludente), ma per il fatto che non hanno lasciato un ricordo duraturo in me. L'aquila solitaria, 57, James Stewart è il transvolatore oceanico Lindeberg. Arianna, 57, il tentativo di ripetere il successo di Sabrina, un Gary Cooper un po' troppo attempato corteggia Audrey Hepburn più bella che mai. Un, due tre, 61, magnifico James Cagney, satira ambientata a Berlino Ovest sull'inefficienza dei regimi comunisti (battute di alta qualità recitate alla velocità della luce, Cagney spara ironia come negli anni 30 sparava caricatori di mitra nei film gangsteristici di cui era star indiscussa). Baciami stupido, 64, Compositore vorrebbe lanciare una sua canzone attraverso un celebre cantante (Dean Martin) suo ospite per caso. Comincia col far passare una prostituta (Kim Novak) per sua moglie e gliela butta tra le braccia. Poi, però, ha paura di rimetterci la moglie vera. Commedia amara piena di equivoci nel più puro stile di Billy Wilder. Alla fine Dean Martin porta davvero al successo la canzone del compositore, anche se credo non fosse riuscito a consumare il rapporto con la Novak (la famosa “Donna che visse due volte”, chi conosce Hitchcock sa di cosa parlo).

Rimangono due film che hanno lasciato una fortissima traccia in me. Testimone d'accusa. 57. Charles Laughton (il capitano pazzo del primo film sul Bounty, quello in cui Clark Gable era primo ufficiale) assume la difesa di Tyrone Power in un caso di omicidio. Colpi di scena a non finire. L’avvocato della difesa che si batte come un leone. Quando tutto è perduto, Marlene Dietrich con una memorabile testimonianza falsa scagiona Power. Che dire? Magnifico. In bianco e nero, naturalmente. Uno di quei film che quando finiscono te ne stai lì a guardare i titoli di coda come un fesso e a fantasticare.
Ricordo la scena in cui l'avvocato Laughton interroga Tyrone Power proiettandogli una lama di luce negli occhi con una lente o un medaglione (dice infine che Power è innocente, nessun colpevole ha mai superato la prova del suo interrogatorio: al temine scopriremo che si è sbagliato). Ricordo le pillole che la segretaria fa prendere nei momenti meno indicati al solito Laughton (mattatore del film, qualcuno ha presente la straordinaria voce che lo doppiava? Il solo doppiaggio di quei film li rendeva dei capolavori: non ci credo neanch’io, ma una volta conoscevo per nome e cognome molti doppiatori di epoca classica, adesso non mi rimangono che i nomi di Cesare Polacco e Carletto Romano). E poi i sigari e il brandy che lui fuma e beve di nascosto, ha avuto un attacco di cuore o roba simile, e quei formidabili controinterrogatori alla Perry Mason. Come potete, o quarantenni, non aver visto questo film? E come potete non averlo amato come me? Come potete non aver parteggiato per la Dietrich, quando nell'aula del processo ormai deserta Power getta la maschera da bravo giovane e la deride per essersi sacrificata al suo posto (lei deve andare in prigione pur essendo innocente)? E come potete non aver esultato quando Laughton, che doveva partire per le vacanze che la sua segretaria giudicava improrogabili, decide di rinviarle una seconda volta per assumere la difesa della Dietrich imputata di omicidio (ha ucciso l'odioso Tyrone Power in quella stessa aula di tribunale)? Ragazzi, quello non era cinema, lì non vedevi un film, quella era un'avventura meravigliosa in un mondo di dei di cui tu eri protagonista.

Ultimo film di cui parlerò Non per soldi, ma per denaro, ancora una straordinaria commedia in bianco e nero datata 1966 (siamo un pelo fuori dall’epoca che io giudico classica, ma farò un'eccezione). Una delle prime performance della coppia Lemmon-Matthau, una delle più riuscite. Jack Lemmon a inizio film è investito da un giocatore di football. Il cognato Walter Matthau (Premio Oscar come miglior attore non protagonista; a proposito avete visto E' ricca, la sposo, l'ammazzo? il film in cui l'orso Matthau corteggia quella meravigliosa miliardaria pasticciona esperta di botanica che andava sotto il nome di Enrichetta, se amate quel film io amo voi) lo convince a fingere un gravissimo incidente, con conseguente menomazione, per ottenere una cospicua assicurazione. E' un film che devo aver visto bambino o quasi e che ho cercato di rivedere invano per lunghi anni. Solo di recente ci sono riuscito e sono lieto di dire che la storia aveva conservato fascino e mordacità. I punti che mi sono rimasti impressi? La recitazione unica di Matthau, quel suo snocciolare sotto tono battute al fulmicotone. Il fatto che Jack Lemmon, da quell'ingenuo amatore di donne che era sullo schermo, fosse innamorato della sua ex moglie, pur essendo questa una sconcia e volgare persona con notevoli tendenze al libero amore (purché questo non riguardasse il suo legittimo e un po' fesso marito). E poi la squadra di tecnici assoldata dalla compagnia di assicurazione per svelare l'imbroglio; le cineprese che si inceppavano quando dovevano riprendere particolari compromettenti (qualcuno ricorderà che a un certo punto, deluso forse dalla ex moglie che svela la sua vera natura, Lemmon, che sarebbe dovuto essere in fin di vita, si mette a fare il Tarzan per la camera di ospedale arrampicandosi al lampadario e facendo sul letto salti mortali che più di un atleta avrebbe trovato indigesti). Eppure non ricordo il finale di questo film, se non il fatto che non prendono i soldi. Però doveva essere un gran bel finale o questa storia non mi sarebbe rimasta in testa tanto tempo.

Mi fermo qui, per quanto riguarda Wilder. Ha fatto anche altri film, talvolta anche splendidamente riusciti come Prima pagina, oppure confezionati con gran talento come Vita privata di Sherlock Holmes, ma andiamo nettamente fuori dell'epoca di cui volevo parlare.

The end

La prima puntata del cinema di Billy Wilder

Questo è il mio cadavere e questa la mia storia


Scrissi questo articolo sul regista Billy Wilder per una signora conosciuta in chat. Specificai che avrei parlato solo del cinema di epoca classica, cioè il periodo che per me arriva fino agli inizi degli anni Sessanta. Citerò solo i film che ho visto e che ricordo, sono quelli visti quando la Rai era in bianco e nero o lo era il mio televisore.

Un nota introduttiva per riportare alla mente come venivano proiettati i film in tivvù parecchi anni fa. Dunque, ho già detto altrove della penuria assoluta di programmazione cinematografica nel palinsesto televisivo monopolista. Due o tre film a settimana quando andava bene, tra cui non più di uno realmente appassionante (e qui per film appassionanti si intendono pellicole alla Mezzogiorno di fuoco o alla Il mistero del falco). Inoltre, prima della sospirata visione dovevi sorbirti almeno un quarto d’ora di ciance pompose dette da un critico cinematografico rigorosamente in giacca e cravatta e gamba accavallata in poltrona mostrante calzino grigio classico e scarpa nera ugualmente classica. Gli indesiderati commentatori rispondevano ai nomi di Gianluigi Rondi, Claudio G. Fava e Callisto Cosulich e avevano la caratteristica comune di suscitare milioni di accorate suppliche al Creatore affinché si togliessero dai coglioni al più presto. Le suppliche non venivano mai esaudite. Ma le performance soporifere dei critici avevano almeno l’effetto di acuire in maniera inaudita il tuo desiderio (meglio, la tua bramosia) di cinema, di modo che quando lo spettacolo iniziava eri risoluto come non mai a recitare in prima persona accanto a gente come James Stewart o Katharine Hepburn. Forse molti di noi devono il grande amore che ancora oggi li lega al cinema alle migliaia di bestemmie che hanno mitragliato contro i saccenti critici della Rai.

Iniziamo in ordine cronologico. Il primo film che ricordo è Frutto probito del 42. Ginger Rogers (una volta tanto non balla), rimasta senza soldi, si traveste da minorenne, facendosi aiutare dal baldo ufficiale Ray Milland che chiaramente si innamora di lei. Non ricordo molto di questa storia, c'erano bei dialoghi e situazioni spumeggianti, però Ginger Rogers era una donna così matura e provocante che proprio non ci riusciva a passare per adolescente.

Il secondo film è un'opera mitica, La fiamma del peccato, 1944, una di quelle storie che mi facevano impazzire. Formidabile inizio con Fred MacMurray (qualcuno lo ricorderà, l'ufficiale fellone che ha paura di denunciare alla corte marziale Bogart in Gli ammutinati del Caine) colpito a morte che spiega la sua storia a un registratore. MacMurray è un assicuratore amante e complice in un delitto della dark lady Barbara Stanwyck. Edward G. Robinson (provate a dire, o quarantenni, che non sapete chi è) è un suo collega dalla diabolica intelligenza che lo smaschera. Atmosfere noir doc, sensualità a non finire (celebre il braccialetto che la Stanwyck indossava a una caviglia), forse mancava un po' di amore, per i miei gusti.

Giorni perduti del 45. La storia dell'alcolista Ray Milland. Film bellissimo e moderno, premiato con quattro Oscar, tra cui miglior film e regia. Visto di recente non sembra invecchiato di un giorno, consigliato vivamente a chi se l’è lasciato scappare. Scandalo internazionale, 1948. Nel 1946 una commissione del Parlamento americano arriva a Berlino per un'inchiesta sulla fraternizzazione tra americani vincitori e tedeschi sconfitti. Sferzante commedia in cui il cinico Billy Wilder se la ride alla grande del puritanesimo yankee alle prese con la Germania in rovina. La cosa più bella del film è il duetto tra l'ingenua Jean Arthur, moglie puritana di un senatore, e Marlene Dietrich, disincantata ex maggiorente del regime nazista che si industria con tutte le sue arti femminili per sopravvivere alla fame e alla rovina morale degli sconfitti. La Dietrich canta una delle sue roche e sensuali canzoni (“Black Market”) in un locale frequentato da truppe americane: donna magnifica.

Di Viale del tramonto, anno 1950, s’è detto tutto e il contrario di tutto. Film grandissimo e bellissimo come pochi. William Holden è uno sceneggiatore in difficoltà professionale. Accetta di rivedere un orribile copione che gli propone Gloria Swanson, vecchia diva del muto che sogna un clamoroso ritorno al successo. La diva proietta di continuo suoi vecchi film, i suoi ospiti sono mummie sopravvissute del muto (c’è anche Buster Keaton). Per un po’ Holden accetta l’ambiguo rapporto con la ricchissima e palesemente pazza diva (che implica anche la condizione di mantenuto della stessa). Infine cerca di lasciarla, ma la Swanson gli spara mentre sta andandosene. L’uomo cade nella piscina della villa, simbolo delle cose che aveva tanto desiderato. Posso ribadire l'emozione che provai all'attacco della voce fuori campo di William Holden, che faceva all'incirca: “Questo nella piscina è il mio cadavere e questa è la mia storia”. Nove nomination all'Oscar. Aggiungerò che Wilder ci godeva un mondo nel far interpretare i suoi personaggi morbosi ad attori che avevano gli stessi difetti. Gloria Swanson (la sua parte fu rifiutata da Mae West e da un'infinità di dive del passato) era davvero la diva retrò e pacchiana che interpretava. Erich von Stroheim (vero ex marito della Swanson) aveva sul serio certe tendenze viziose (suo il suggerimento di farsi riprendere mentre lavava la biancheria intima della sua datrice di lavoro ed ex moglie). E infine in origine il ruolo di William Holden doveva essere ricoperto da Montgomery Clift, attore che viveva con una cantante che aveva più del doppio dei suoi anni.

L'asso nella manica del 1951. Un film che mi fece stare talmente male che non lo rivedrò mai più. Il giornalista Kirk Douglas in cerca di scoop trova un uomo prigioniero in una miniera. Per scrivere i suoi articoli in esclusiva prolunga la permanenza dell'uomo sotto terra finché questi muore. Non scorderò mai la scena in cui Douglas, preso dai rimorsi per la sua condotta, ingiunge di sloggiare alla fiera da luna-park sorta sulle disgrazie del prigioniero della miniera. Film bello e amaro, ne starò sempre alla larga. Ora verrebbero Stalag 17 e Sabrina, anni 53 e 54. Di Sabrina sappiamo tutto o quasi dato che si proietta ancor oggi. Forse non è un capolavoro, ma l’eleganza con cui Audrey Hepburn si muove sullo schermo vale da sola la visione del film. Mentre l’altro film è un racconto ambientato in un campo di prigionia nazista, una delle più belle pellicole in assoluto ambientate in quel contesto. C'è una spia tra i prigionieri americani, la si scoprirà solo dopo colpi di scena ed emozioni a ripetizione. Oscar a William Holden.

In questo articolo ci sarà solo il tempo di parlare dell'Appartamento, film del 60. Jack Lemmon è C. C. Baxter, impiegato che fa carriera prestando l’appartamento ai suoi superiori in vena di scappatelle matrimoniali. Si rifiuterà quando l'appartamento dovrà essere usato per sedurre la donna di cui è innamorato, l'ascensorista Shirley McLaine. Uno dei film in assoluto che mi piace di più di Wilder. Fantasticavo follemente sulla McLaine, ero ipnotizzato dai suoi capelli cortissimi e dal suo collo slanciato, da quella sua figura così moderna. La scena che più mi ha colpito? Quella in cui Jack Lemmon obbliga a camminare per il suo appartamento la sua amata ascensorista, vittima del tubetto di tranquillanti che lei ha ingerito per una delusione amorosa (c'entrava il solito Fred MacMurray, qui nella parte di un dirigente codardo e cinico, doveva essere abbonato a un certo tipo di ruoli). Splendido film. Romantico e graffiante.
Spassose le scene in cui i vicini di casa di Lemmon lo credono un casanova impenitente a causa delle baldorie amorose provenienti dal suo appartamento. Belle le battute con cui il dottore della porta accanto gli chiede di donare il suo corpo all'università in cui lavora (il dottore stima che Lemmon abbia una media di tre o quattro ragazze per notte, e si chiede da dove prenda tutte quelle energie il suo vicino di casa). Bello quasi tutto. Bello il punto in cui un Lemmon ubriaco e deluso rimorchia una prostituta ubriaca e delusa come lui, ma non può consumare il rapporto a causa dell'ennesimo dirigente aziendale che ha necessità di usare casa sua. Bello il modo con cui Lemmon si accolla la parte di impietoso sciupafemmine per difendere l'onorabilità della McLaine, bella la festa di fine anno e i vagabondaggi notturni del nostro eroe quando l'appartamento è occupato. E' uno dei film che più mi ha fatto sognare.

Qui devo chiudere, anche se i film del mio regista preferito non sono finiti. Ne parlerò in un’altra puntata.

Lettera d'amore al cinema classico


Ho voglia di parlare di cinema classico, di quello che tutti noi abbiamo visto (tutti noi che siamo dai quaranta in su, per lo meno) in bianco e nero sulla Rai quando c’erano a malapena due canali nazionali. Ho voglia di parlare di Hollywood, quando i divi avevano le facce di William Powell e Myrna Loy (Nick e Nora, magnifici i loro duetti, provate a dire che li avete dimenticati) o di Charles Laughton (insuperabile cattivo di varie pellicole, ma pure splendido avvocato di Testimone d’accusa) e della dark lady Barbara Stanwyck. Ho voglia di parlare dei battibecchi scoppiettanti tra Cary Grant e Katharine Hepburn, in cui anche se ti bevevi ogni sospiro proveniente dai brutti 22 pollici del tuo antico Telefunken sapevi che eri condannato a perderti almeno quattro o cinque battute fondamentali, tali erano il ritmo e la qualità di quei dialoghi.

Ho voglia soprattutto di ricordare le potenti emozioni che provavo quando, adolescente, guardavo quei film… cioè no, non quando li guardavo, ma dopo che erano finiti. Dopo. Il bello era lì. Dopo. Quando scorrevano i titoli di coda ed eri ancora vibrante di emozione. Dopo. Quando riandavi con la mente alle scene del film e sognavi di tenere tra le braccia Marlene Dietrich vestita da marinaio o Lana Turner che fumava da un bocchino d’oro lungo tre metri. Quando ti vedevi mitragliare battute a velocità supersonica tra i prigionieri di una base artica, con l’unica donna di quelle lande desolate che guarda solo te, in attesa dell’attacco finale della Cosa da un altro mondo (ossia di James Arness, lo Zio Zeb di una nota serie televisiva western). Quando immaginavi di trovarti sotto il cappello da gangster di Humphrey Bogart e con il falcone maltese in mano, intento a dire a Mary Astor che il suo corpo magnifico non le eviterà la galera.

Perché ho intitolato questo mio contributo “lettera d’amore ”? Non so. Forse perché le sensazioni che provavo allora erano così intense da assomigliare all’amore.

Mi sono interrogato a lungo su quale fosse il genere di film che mi piaceva di più. La spiegazione più semplice è che mi piacevano tutti i generi. Dai western potenti ed epici di John Ford ai musical con Fred Astaire, Judy Garland o perfino con Deanna Durbin (un'adolescente carina degli anni Trenta che cantava con voce da soprano). Dagli insuperabili film di fantascienza dei Cinquanta ai film storici alla Cecil B. DeMille, alla magnifica commedia sofisticata con Clark Gable o Claudette Colbert o ai film d'azione con Errol Flynn (chi ha mai dimenticato il suo Robin Hood del 1939?).

Eppure, se dovessi scegliere un solo genere, un solo tipo di film, saprei che scelta fare. Amavo, provavo un brivido indimenticabile fin dalla prima inquadratura, i noir degli anni Quaranta o giù di lì, in bianco e nero, con atmosfere alla Fritz Lang o alla Billy Wilder, che venivano introdotti da una voce fuori campo che si serviva invariabilmente del pronome personale “io”. Ecco, quando mi trovavo di fronte a un film del genere, provavo una pura e primordiale gioia. Io io io. Ragazzi, quelli sì che erano tempi… Affermazione banale? Può darsi, ma chi se ne importa. Tremo ancor oggi quando ricordo la prima scena di Viale del Tramonto, quella in cui viene inquadrato il cadavere di un uomo galleggiante in una piscina e la pacata voce fuori campo di William Holden dice grosso modo: “Questo è il mio cadavere e questa è la mia storia”.

Su Billy Wilder devo dire che rimasi folgorato quando la Rai, dopo la riforma attuata nel 76, diede il più completo e appassionante ciclo che si sia mai trasmesso su questo regista. Credo che trasmettessero i film il mercoledì, e quando veniva quella fatidica giornata ero come si dice in fibrillazione aspettando la sera. Chi è abbastanza adulto ricorderà senz’altro che, prima della riforma, la Rai trasmetteva (esclusi i giorni festivi o le ricorrenze) solo due film a settimana, il lunedì e il martedì o il mercoledì a seconda delle circostanze. Oltretutto, a impoverire ulteriormente questa scarsa programmazione c'era il fatto che spesso quelle poche pellicole erano contaminate da certi odiosi film francesi che mi hanno strappato maledizioni a non finire o da storiacce con Amedeo Nazzari che solo una fame infinita di cinema ci costringeva a vedere. Chi ha vissuto quei tempi, non avrà scordato le potenti emozioni che provammo quando, dopo la riforma, si uscì dal proibizionismo cinematografico si iniziarono a mandare in onda film in gran numero e spesso di notevole qualità. Ricordo che a quei tempi mi sentivo come un allegro ubriaco il giorno dell'abolizione del proibizionismo in America.

Per adesso chiudo qui. Spero di avere altre occasioni per parlare di cinema classico.

Lei mi ricorda un tale


Vento di primavera, film del 1947 con Cary Grant, Mirna Loy e Shirley Temple.
Ho fatto un fioretto alla Madonna e qui non parlerò di questo straordinario film, anche se spero di farlo nei commenti. L’Onnipotente sa però quanto mi costa non segnalare l’efficacia dei dialoghi e delle situazioni (ho rivisto con piacere qualche scena ieri sera e stamattina Google mi ha ricordato, ma un po’ me l’aspettavo, che la sceneggiatura di Sidney Sheldon ha vinto l’Oscar nel ’48).

Ricorderò solo la scena finale. C’è Cary Grant nei panni di un pittore donnaiolo, rivedutosi durante il film, e Mirna Loy che interpreta un giudice che ha condannato lo stesso Grant a corteggiare la sorella diciassettenne Shirley Temple per evitarle un trauma. La Loy, innamorata di Grant, vorrebbe partire per non vederlo più. Il Nostro la raggiunge all’aeroporto mentre sta per imbarcarsi. Scommettete che riuscirà a evitare che la gelida (fuori, ma non dentro) Mirna prenda l’aereo? Il gioco di parole seguente è stato utilizzato parecchie volte durante il film, sempre con effetti spassosi.

Mirna Loy: Lei mi ricorda un tale.
Cary Grant: Che tale?
Mirna Loy: Uno che ci sa fare.
Cary Grant: Sa far che?
Mirna Loy: Quello che fa lei.
Cary Grant: Lei chi?
Mirna Loy: Lei voi.
Cary Grant: E che faccio?
Mirna Loy: Mi ricorda un tale.
Cary Grant: Che tale?
Mirna Loy: Uno che ci sa fare.
Cary Grant: Sa far che?...

Shirley Temple


E' stata la bambina prodigio del cinema americano degli anni Trenta. Una specie di contraltare femminile dell'attore-bambino di Mamma, ho perso l'aereo, solo a livello molto, molto più grande. Nel decennio della Grande Depressione l'attrice-bambina è stata in assoluto la star di Hollywood che ha incassato di più con i suoi film, più di mostri del cinema come Clark Gable o Katharine Hepburn. Gli incassi delle sue pellicole probabilmente hanno salvato dal fallimento la storica casa cinematografica 20th Century Fox.

Eppure a me piaceva quando ormai adolescente o signorinella briosa, aveva già iniziato il viale del tramonto cinematografico (nessun bambino prodigio del cinema è mai riuscito a mantenere il successo una volta cresciuto). La ricordo nel Massacro di Forte Apache di John Ford. Efficacissima donzella piena di verve (è la figlia del cupo colonello Henry Fonda) che mette a scompiglio la regolare esistenza dei duri e impacciati giovanottoni del forte più famoso del cinema. Adorabili i suoi vezzi di giovane donna. Adorabile il doppiaggio italiano. Adorabili i suoi capricci adolescenziali, che quasi sempre provocano danni rilevantissimi, ma riparabili. Era insuperabile quando, fanciulla graziosa e piccolina (nel Massacro non arrivava alla spalla di John Wayne) faceva fuoco e fiamme ammutolendo omaccioni vissuti che si limitavano a inarcare un sopracciglio.

Anche in questo film accanto a Cary Grant è insuperabile. E’ a mio avviso la forza trainante della storia, specie quando si dà arie da gran donna vissuta e poi chiede gelati alla fragola o lecca lecca nei bar. Cary Grant non le è da meno quando la corteggia (obbligato da una sentenza del giudice Mirna Loy che vuole far passare la cotta per Grant alla sorella senza traumi) cercando invano di apparire vecchio e sorpassato. Una delle sue battute tipiche di questo film è “La donna offesa diventa una furia!” (la donna dovrebbe essere lei, mentre sullo schermo appare solo una mocciosetta capricciosa, seppur simpatica).

Cary Grant


Su Cary Grant prima di tutto stupisce, trattandosi del re assoluto della commedia brillante e della recitazione elegante, la sua infanzia. Ha avuto la tipica adolescenza di un aspirante delinquente o balordo. Fuggito di casa a ‘15 anni si unì addirittura a una compagnia di saltimbanchi. Visse di espedienti fino al successo a Hollywood. I titoli da lui interpretati sono spesso di qualità assoluta. Vediamo alcuni tra quelli che mi hanno lasciato un ricordo profondo.
Susanna del ‘39. Grant interpreta uno zoologo impacciato che ha a che fare con una scatenata Katharine Hepburn che gliene combina di cotte e di crude.
Scandalo a Filadelfia del ‘40. Straordinario duello di bravura condotto con la solita Katharine e un allampanato James Stewart, credo vincitore dell’Oscar nell’occasione.
Notorius di Hitchcock del ‘46. Il bacio più lungo della storia con Ingrid Bergman, interrotto varie volte per rientrare nei canoni del codice morale hollywoodiano dell’epoca (i baci non dovevano superare i 3 secondi e Hitcock pensò di aggirare l’ostacolo inframmezzando brevi baci con qualche battuta).
Ricordo pure La casa dei nostri sogni del ‘48, forse non uno dei titoli maggiori di Grant, ma assolutamente amabile, specie per la presenza della sofisticata Mirna Loy (la moglie che fa lievitare in maniera pazzesca i costi di una casa da costruire in campagna) e di Melvyn Douglas nel ruolo dell’amico di famiglia.

Era uno sposo di guerra del ‘49. Grant ha bisogno di seguire la moglie Ann Sheridan in America, ma la legge permette il viaggio solo alle spose di guerra ed ecco che il nostro dovrà trasformarsi in una donzella, almeno anagraficamente, per aggirare la burocrazia.

La rivolta del ‘50 di Richard Brooks. Un medico americano deve operare un dittatore sanguinario (José Ferrer), ma se l’operazione riesce la moglie, ostaggio dei rivoltosi, sarà uccisa (oltre al fatto che il dittatore è uno di quei figli di buona donna che se muoiono il mondo non ne può che guadagnare). Grant tiene fede al giuramento di Ippocrate di curare tutti e salva il tiranno, che poi morirà durante una rivolta. La moglie? Salva pure lei.

Operazione sottoveste. Straordinaria commedia di Blake Edwards del ‘59. Un sottomarino mezzo scassato dipinto di rosa, ospitante ufficiali in gonnella portatori di pene d’amore e guai a volontà, vaga per il Pacifico arraggiandosi alla meglio per sopravvivere (a un tratto il comandante fa espellere un carico di biancheria intima femminile per simulare l’affondamento).

Intrigo internazionale, capolavoro hichcockiano del ‘59. Un pacifico pubblicitario viene scambiato per l’agente segreto Kaplan e deve industriarsi al meglio per sfuggire ai complotti di altre spie che vorrebbero ucciderlo.

L’erba del vicino è sempre più verde, ‘60. Con la straordinaria scena del duello con pistola tra Grant e Robert Mitchum per assicurarsi le grazie di Deborah Kerr.

Sciarada con una deliziosa Audreuy Hepburn. C’è pure uno straordinario e inedito Walter Matthau nel ruolo di Cattivo. Thriller che ruota intorno a un francobollo che vale una fortuna.

Infine Il Gran Lupo chiama, ‘64, il nostro eroe deve sopravvivere su un’isoletta del Pacifico in piena guerra, cercando di convivere con un’istitutrice molesta e moralista e un branco di ragazzine rumorose (Grant vorrebbe arrivare alla fine della guerra oziando e scolandosi bottiglie di quello buono, ma deve trasformarsi in eroe e cedere infine alle non limitate grazie di Leslie Caron).

Basta così. Ci sono sicuramente altri film che ho tralasciato, ma questi mi hanno lasciato un gran bel ricordo.