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sabato 21 luglio 2007

The departed


Eccoci a The departed di Martin Scorsese, con Leonardo Di Caprio e Jack Nicholson. Il solito decadente film metropolitano che va di moda adesso, che va di moda premiare con gli Oscar (Crash). Detesto questo tipo di film, tutto buio psicologico, con i cattivi che vincono, con tutti i protagonisti senza esclusione presi dalla paranoia, dal mal di vivere metropolitano, dalla droga a gogò o dagli psicofarmaci, con Nicholson che ghigna senza alcuna vergogna, nel più puro stile fumettistico alla “Shining”… e con tu che hai capito in che tipo di film fregatura ti sei cacciato, ma avendone visto già mezzo speri che, per un miracolo, lo stronzo di regista dedito al politicamente corretto sport della denuncia sociale non faccia vincere i cattivi su tutta la linea e che dia almeno un contentino ai buoni. Detesto vedere questo tipo di film, tutto ombre e denunce. Io mi sono seduto in poltrona a vedere un fottuto film che dura due ore e mezzo e pretendo, dico pretendo, che al termine del polpettone gangsterico che mi avete ammannito, i buoni con cui mi sono identificato vincano. Non rompetemi le palle con la denuncia sociale, voglio che il protagonista con cui mi sono identificato vinca e abbia successo, perché io stesso voglio vincere e avere successo, seppure tramite i limitati mezzi offerti dalla visione di un film. Il film cupi che segnalano le magagne esistenziali moderne vanno bene, ma dovrebbero dichiarare subito dove si va a parare, senza fregature.
A ridatece Gary Cooper, aridatece Humphrey Bogart, aridatece Indiana Jones e addirittura lo Schwarzy del “Terminator II”. A ridatece l’eroe senza macchia e senza paura (anzi con la macchia e con la paura), ma che non rimane crivellato di colpi nell’ultima scena. Bah.

Syriana


Ho visto il film “Syriana”, in verità ne ho visto solo un tempo, ma credo che il mio giudizio non cambierà anche quando vedrò il resto. Che film è? Non è fatto male. Anzi, credo che sia stato scritto da persone competenti e capaci. Ma credo che queste persone abbiano compiuto un grave errore di impostazione. Probabilmente questi valenti sceneggiatori si sono riuniti attorno a un tavolo e si sono detti, magari davanti a qualche buon drink tipico della Hollywood dei bravi clintoniani con villa a Malibu: “Ora facciamo un film che fa riflettere. Un film di denuncia. Lo facciamo sotto forma di thriller così la gente viene a vederlo, ma ciò che vogliamo è fare pensare”. Questo a mio avviso è un errore di impostazione così grave che nemmeno una valida sceneggiatura può rimediarvi. Quando fai un film o scrivi un libro dovresti semplicemente pensare di raccontare una storia. Una storia che possa avvincere lo spettatore, con personaggi in cui ci si possa identificare. Se poi tu creatore della storia dopo aver creato questo racconto avvincente sei capace pure di far riflettere, di informare su un particolare aspetto spiacevole della società umana o di fare indignare, tanto di guadagnato. Ma il tuo obiettivo deve essere la storia avvincente con un protagonista capace di suscitare la simpatia del pubblico.
Cosa è accaduto invece? Prima di tutto il racconto risulta terribilmente spezzetato, ci sono almeno cinque punti di vista diversi, e ridurre i punti di vista è uno dei primi consigli che ti danno i manuali di scrittura creativa (Clooney, Damon, un ragazzo pakistano, il principe ereditario di un emirato arabo e una quantità di altri personaggi minori). Sei confuso; non hai il tempo di abituarti a seguire le vicende di un personaggio che ecco uscirne fuori un altro, magari pure poco interessante. Inoltre la visione è terribilmente appesantita da interminabili dialoghi in arabo con sottotitoli che alla lunga ti annoiano. Il ritmo lento non ti aiuta ad avere fiducia nel film e la faccia da Bourne Identity di Matt Damon porta scritto in fronte, alla faccia qualsiasi velleità di film-denuncia: “Qui Hollywood, la fabbrica della finzione”. Molto meglio mi è sembrato Clooney, sobrio e parco di parole, ma anche lui relegato nel ruolo di uno di questi eroi del sottosuolo che vanno di moda adesso che ti strappano più sbadigli che esclamazioni ammirate. Il risultato è che il film, per come è stato impostato, è di difficile visione. Per dirla tutta, annoia. Annoia con garbo, senza ucciderti, ma non ti fa battere il cuore. Ora mi vado a vedere il secondo tempo, ma se mi rompono le scatole ancora con quei lunghi dialoghi in arabo prometto che chiudo (fatti non fummo per leggere sottotitoli, almeno qui in Italia).

Derailed - Attrazione letale


Vedevo un film ultimamente. Non ricordo il titolo, un thriller medio che non svettava. Un professionista veniva adescato da una ricattatrice e dai suoi complici, che spillavano soldi all'ingenuo sfruttando un finto stupro subito dalla ricattatrice, che ora ricordo essere Jennifer Aniston, quella di "Friends". Ebbene ho seguito la prima ora del film subendo tutte le angherie vissute dal protagonista, soffrivo proprio fisicamente nel guardare il film. Temevo ovviamente che finisse male. Poi a un certo punto punto il professionista raggirato si è fatto furbo (aveva perso ogni risparmio, visto il matrimonio distrutto e causato quasi la morte della figlia sofferente di una malattia rara). In quel momento godevo in maniera vergognosa quando costui la fa pagare agli aguzzini, volevo vedere il sangue, volevo proprio che li facesse a pezzi, non dovevano soltanto morire, dovevano pure soffrire per l’ora abbondante di soprusi a cui mi avevano sottoposto. Magari eccedo, ma io qualche volta i film li cedo così. :-)

Ridere a un film drammatico


Ho visto un film che pur essendomi piaciuto mi ha intristito. Si tratta di “The weather man” con Nicolas Cage. E’ la storia di un conduttore televisivo di trasmissioni meteorologiche. Solita storia metropolitana, divorzi, figli estranei che crescono male, mal di vivere contemporaneo, ex mogli che ti odiano e padri che non ti stimano. Pur avendomi lasciato un robusto velo di malinconia che probabilmente mi passerà solo domani, questo film mi ha fatto fare la più grassa, irrefrenabile, gargantuesca risata degli ultimi mesi. Forse perfino degli ultimi anni. Mi ha fatto venire le lacrime agli occhi e per una buona mezz’ora di film ridevo come un fesso da solo anche se nessuna delle scene deprimenti della storia giustificava quella mia reazione.

E’ probabilmente un’impresa impossibile spiegare il perché di questo mio sfogo di ilarità, ma ci provo lo stesso. Dunque c’è Nicolas Cage, che pur avendo soldi e un discreto successo professionale è un uomo insoddisfatto. Moglie e figli lo disprezzano o al massimo lo sopportano, la gente gli tira addosso ogni sorta di schifezza alimentare quasi fosse un pagliaccio, è stressato, nevrotico. Un giorno porta la figlia dodicenne (gli amici la chiamano “zoccolo di cammello” a causa del suo inadatto vestiario adererente che mostra nitidamente la forma della sua cosina) a pattinare. La figlia si rompe un gamba e questo genera una discussione tra Cage, l’ex moglie e il compagno attuale di costei. La parte che a me ha fatto ridere è il fatto che la discussione inizia in tono pacato, tra persone civili che cercano di argomentare, poi all’improvviso, sempre con quel tono pacato da cui però filtra una robusta dose di nevrosi metropolitana, Cage comincia a dire al compagno della moglie cose tipo: “Sei un porco. Ti fotti i cani e inculi i porci”. L’insieme della scena è stato tale, soprattutto per quello che una volta si chiamava “il logorio della vita moderna”, che mi ha fatto sghignazzare sia pure in maniera cinica (l’ho fatto di nuovo pure mentre scrivevo queste righe).

Per il resto il film si snoda come la solita storia di denuncia dell’inadeguatezza di certa vita moderna. Alla fine Cage ottiene un certo riappacificamento con la famiglia e anche un posto di lavoro molto più qualificato a New York, ma l’impressione generale di avvilimento, di vite inutili che comprendono pure la tua, non ti lascia.