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sabato 8 settembre 2007

Capitano, Mio Capitano - ll barbarico Yawp


Tutto il film, direi.

No, che dici? L’attimo fuggente è un film splendido, descrive al meglio le aspirazioni dei ragazzi di ogni tempo e il desiderio di alcuni non piegarsi al conformismo. E’ una storia così avvincente che ti persuade di essere sempre stato un poeta, anche se non hai mai letto un verso di Whitman, Byron o Tennyson. Robin Williams nella parte del professore antisistema John Keating, poi, è insuperabile, non per niente sfiorò l’Oscar... Però tu devi restringere il campo delle tue riflessioni. Concentrarti su un punto specifico.

Allora direi tutte le scene delle lezioni di Williams/Keating. Quando lui parla del “carpe diem”, del “cogli la rosa quando è il momento”. Quando spiega che ciò che ci rende uomini è la poesia (in tutte le sue sfaccettature) e non le sia pur rispettabili professioni come la medicina o l’avvocatura. Quando parla di succhiare il midollo della vita nelle grotte notturne o fa strappare agli allievi l’introduzione del pomposo libro di testo di letteratura. E non scordiamoci di quando fa risuonare “Il mio barbarico YAWP”. Ah, non scordiamoci del barbarico YAWP, per favore.

Sì, dici cose sacrosante. Il barbarico YAWP a me fa ribollire il sangue di pensieri romantici ancora a distanza di anni. Ma ti mantieni ancora troppo largo. Devi restringere il campo delle tue osservazioni.

Ho capito, ti riferisci alla parte finale in cui quel ragazzo, quel Neal, si uccide perché il padre gli nega il permesso di recitare Shakespeare. La morte del sognatore Neal è la chiave di volta del film, dato che dà a quel bacchettone del preside della scuola di Welton l’opportunità di liberarsi del detestato Keating. Magari ti riferisci pure a quando i ragazzi sono costretti alla delazione contro il loro osannato professore per evitare l’espulsione. Che tristezza.

Ancora no. Devi circoscrivere, limitare la tua attenzione a un punto preciso. Ancora non ci sei. Pensa a una sola scena, a una sola sequenza.

Ecco! Ho afferrato tutto. Scena finale. Keating è tornato in classe per prendere le sue cose prima di lasciare la scuola. E davanti allo sguardo esterrefatto di quel parruccone del preside che fa lezione di letteratura alla vecchia maniera, i ragazzi saltano sui banchi al grido di “Capitano, mio Capitano”. Ho messo il fermo immagine sul lettore dvd. Ho contato dieci ragazzi in piedi sui banchi che sfidano l’espulsione e diventano uomini; e altri otto vigliacchi - tra cui quella carogna di Cameron, non dirmi che ti sei scordato di quel piccolo Giuda dalla testa rossa - che se ne rimangono a testa bassa seduti. Ho individuato perfino due banchi vuoti. Voglio proprio vedere se ora avrai il coraggio di dirmi di restringere ancora.

E invece quel coraggio ce l’ho. Devi concentrarti sul titolo italiano del film (migliore di quello americano). Devi cogliere l’attimo, l’attimo fuggente che caratterizza tutto il film.

Allora lo colgo. E’ quel particolare ragazzo, quello e quello solo, il primo che si alza sul banco, quello sensibile e balbuziente, quello che si vergogna di parlare in pubblico, aspetta ricordo pure il nome, Todd Anderson, quando il timido Todd salta sul banco e dice “Capitano mio capitano”, ecco l’attimo decisivo del film. Confesso che mi commuovo sempre vedendo la scena di Todd.

Sì, finalmente ci sei riuscito. Ti commuovi solo? Andiamo, non essere reticente. Fa’ conto che non ci senta nessuno.

Va bene, quando Todd sale sul banco mi vengono gli occhi lucidi. Sempre. Ho questa reazione unicamente quando guardo quella scena da solo e nessuno mi vede. Perché se c’è gente con me mi mostro disinvolto e faccio pure dell’ironia sul film.

Una curiosità, cosa hai provato ieri sera quando hai riguardato le scene salienti del film e hai visto Todd salire sul banco all'uscita di classe del professor Robin Williams? No, non dire niente. Ricordo che eri solo quando hai visto quella scena.

sabato 21 luglio 2007

The prestige


Sono rimaste in sospeso le mie riflessioni su due film che ho visto di recente. Me la cavo in fretta, almeno spero. Il primo film non mi è piaciuto per niente. Mi è piaciuto così poco che mi ha indotto a fare un gesto che considero un’eresia, cioè premere il tasto dell’avanzamento veloce del lettore dvd. In genere cerco di morire sul campo, ma di non usare quel tasto maledetto. Stavolta l’ho fatto. Il film era The prestige con Hugh Jackman. Ci sono due giovani prestigiatori a cavallo tra Otto e Novecento che si odiano e cercano di danneggiarsi in ogni modo, specie quando uno dei due è in scena. Non è un film fatto male, ma mi agitava troppo e inoltre aveva la grave pecca di trasformare, a metà del film, in cattivo e perdente il personaggio in cui ti sei identificato (nel mio caso era Jackman).
La caratteristica del film è che ogni volta che sei in scena per fare un numero di prestidigitazione capita un incidente più o meno mortale. Ogni volta che partecipi al numero della vasca piena d’acqua in cui vieni sigillato, legato o incatenato puoi star certo che morirai. Se fai il numero della pistola con proiettili a salve, puoi scommettere che quella pistola sparerà sul serio. Ho capito subito che questo film sarebbe stato una fregatura. Da quando all’inizio della storia muore la moglie di Jackman nella solita vasca d’acqua perché il collega del marito le lega i polsi con un nodo troppo professionale. Ho azionato il tasto dell’avanzamento veloce perché il film non mi prendeva, anzi mi innervosiva, ma volevo vedere come finiva. Non dico il finale, ma posso dire che l’avevo previsto all’ottanta per cento. Il venti per cento che non avevo previsto era perfino peggio delle mie intuizioni. Dato che si è fatto tardi dell’altro film parleremo un’altra volta.

Getaway


Ieri ho (ri)visto il notevole film Getaway del 1972 del “visionario della violenza” Sam Pechinpah. Cast di tutto rispetto, l’indimenticato Steve McQueen, Ali MacGraw (Love story), sceneggiatura di Walter Hill (I guerrieri della notte) e musiche di Quincy Jones. Il film è assolutamente superiore al remake fattone negli anni Novanta con Kim Basinger, come quasi sempre capita in questi casi. E’ molto più lento, con lunghe carrellate che danno uno spessore allucinante alla storia. Visto uno Steve McQueen taciturno e dallo sguardo di ghiaccio. Sorprendeva un McQueen così duro e credibile, soprattutto umano quando doveva gestire il rapporto con la moglie McGraw che l'aveva tradito con un uomo "d'affari" (soprattutto criminosi come quasi tutti gli affari) per farlo uscire di prigione.